C’è stato un tempo in cui le narrazioni e le azioni si muovevano attraverso rapidi atti di violenza, che le persone erano disposte ad accettare.
Per recuperarne il significato collettivo e politico ci pare oggi indispensabile interrogarci su come ne sia mutata la definizione, cosa debba essere recuperato per individuarla, quali siano le sovrastrutture che l’hanno sfumata in un ruolo sociale confuso. Quando la repressione della violenza collettiva passa all’individuo soffoca la rabbia, e blocca la spinta creatrice del grido contro un destino percepito come immutabile.
Abbiamo nostalgia della violenza? O questa sua assenza dipende dall’abitudine a una disumana obbedienza che ci fa essere indulgenti con un tempo duro e ostinato che non bada più a noi?
