Care Persone Fatene Tesoro Di Questo Lenzuolo Chè C’è Un Pò della Vita
Mia; è Mio Marito; Clelia Marchi (72) anni hà scritto la storia della gente
della sua terra, riempendo un lenzuolo di scritte; dai lavori agricoli, agli
affetti, dai filos, alla qucina, agli affetti, e alle feste popolari: À scritto tutta una storia;
una avventura, nei sacrifici, nelle sofferenze di ogni giorno; ogni riga si svolge
sul filo della sincerità: come pure il titolo del mio lenzuolo libro: ‹ Gnanca
nà busia › non o raccontato: gnanca nà busia nè par mi; nè ai lettori!!!
Un lenzuolo apre la scena. Quattro donne si ritrovano attorno ad un tavolo di legno consumato dal tempo per svelarne la storia. In mezzo alle trame di questo tessuto, il coro scopre e svela la vita di Clelia Marchi, di suo marito Anteo Benatti, della gente della loro terra e di tutte le terre sopraffatte: una storia contadina di miseria, di guerra, di diseguaglianza di genere e sociale, ma anche di forza d’animo, memoria e amore. La storia di una vita scritta di notte, lungo molti anni.
Le quattro donne si fanno ora traduttrici, ora portavoce, ora rapsodi di questa memoria e, nel riportarla alla luce, segnano, sporcano, animano il lenzuolo che si tinge e si trasforma: il tessuto comincia a raccontare. Ecco che gli oggetti di uso comune e quotidiano contengono una narrazione che va al di là della loro funzione originale, che la materia si fa carico della storia delle persone, diventando simbolo di un’intera comunità.
Prestando mani e voci a questa narrazione, il coro si muove sulle orme di azioni circolari e ripetitive, cercando di riprodurre il lavorìo costante in cui Clelia era immersa. Dall’aratura dei campi al roteare frenetico dell’arcolaio, dal mietere e raccogliere al rattoppare indumenti; le scene di vita vera si susseguono sul tavolo, dove materia, oggetti, parola e canto slittano continuamente dall’uno all’altro: un canto di lavoro, ora una nenia, un canto d’amore; la voce si fa sopravvivenza, sopportazione del dolore e catarsi, e sospinge questa ruota a girare, il racconto teatrale a proseguire perché, per testimoniare che si può vivere una vita immiserita e brutale, eppure continuare a misurare il proprio valore di esseri umani in base a quanto si è capaci di amare.
